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febbraio 28, 2010 by
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Quale piacevole, fresca e profumata aria si respira alla fashion week milanese fall-winter 2011. Un ritorno alla concretezza, pochi svolazzi improbabili, buyer finalmente sorridenti, insomma un clima, era ora, ” down to earth “, che avvolge il nevrotico e umorale mondo della moda. Che facciano bene le bordate che arrivano da oltre Oceano? A proposito la signora Wintour è arrivata, circondata da bodyguards, con un giorno di anticipo, per non perdersi Prada e Fendi.
Miuccia Prada è tornata ai suoi rassicuranti anni novanta, accantonando le ultime sperimentazioni che avevano portato la maison sulla luna e lavorando in modo accanito sulle forme architettoniche del seno, mentre Frida Giannini da Gucci teorizza ora un ” lusso rilassato ” svelando solo pochi lembi di pelle, qui il fianco e lì la spalla.
Re Giorgio ci accoglie con la mostra di Richard Hambleton, ultimo guru della Street Art newyorchese, e poi delizia la platea del Teatro scoprendo le gambe e alzando i tacchi a spillo e rinfrescando la palette dei colori col verde zafferano e il rosso corallo.


Giovedì sera la gioventù sbarazzina e maliziosa di Cheap And Chic ha sfilato alla Maison Moschino, l’albergo milanese che Aeffe ha inaugurato con un party tra moda, cibo e musica. Insieme a Lapo Elkann, Asia Argento e Filippa Lagerback abbiamo assaggiato i piatti di Moreno Cedroni che curerà Il Clandestino, ristorante dell’albergo, curiosato tra le stanze a tema e la hall, così minimalmente Moschino.
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gennaio 23, 2010 by
giofashion
E’ un appuntamento con la mia storia di appassionato ascoltatore quello che mi attende al Vox di Nonantola, addì 22 gennaio 2010. Guidando tra le nebbie del modenese infatti, non posso fare a meno di ricordare che trent’anni fa, anno 1979, un album, Banana Republic, tratto dal tour di una strana coppia, tracciò lo spartiacque della mia carriera di musicofilo. Da quell’ascolto, al bando tutto il pop commerciale da discoteca, mix e remix, affascinato dalla compostezza suadente e dall’ermetismo poetico del Principe De Gregori, avrei trovato spalancata la porta dei paradisi dylaniani e di tutto il rock americano e inglese.
Work in progress trapela dal biglietto, preludio del vero tour di maggio, ed è una serata che promette e mantiene una rinnovata alchimia, sancita da un nuovo brano ( Non Basta Saper Cantare ) dove i due cantano: ” Saper vivere non basta, non basta saper cantare. Ci vuole tempo e pazienza per imparare il dolore “. In effetti sembrano addirittura interagire meglio di trent’anni fa, cantano i brani insieme e non ciascuno i suoi come in quel tour di fine anni settanta con l’aria malata degli anni di piombo che pesava come una cappa, ma quella Italia, ” derubata e colpita al cuore, viva l’Italia, l’Italia che non muore “, potrebbe essere quella di adesso.
L’inizio è già una sorpesa, Somewhere Over The Rainbow, strumentale con De Gregori all’armonica e Dalla al clarino, somiglia ad una dichiarazione d’intenti, un mettersi al caldo del fuoco della tradizione americana. Poi calano subito l’asso, stasera non si bluffa, ‘ Ma Come Fanni I Marinai’, ed è subito tutto lì, la vita nomade, la precarietà dell’esistenza e la metafora dell’artista, come The Road di Jackson Browne e Fisherman’s Blues dei Waterboys di Mike Scott. Un ora di concerto, tra momenti sublimi e altri da perfezionare, Francesco alla chitarra e armonica, Lucio al piano e a soffiare nel clarino, qualche volta una steel guitar, basso e percussioni, la brava Iskra Menarini con quei vocalizzi tanto cari a Dalla. Mi sono commosso e sorpreso, non la ricordavo, per ‘ I Matti ‘, apologia della diversità di un giovanissimo De Gregori, ‘ Santa Lucia ‘ è il solito capolavoro e ‘ I Muscoli Del Capitano ‘ è grande con quell’intermezzo di piano quasi operistico. ‘ Buonanotte Fiorellino ‘ da valzer-ninna nanna si trasforma in blues, come fa Dylan nei suoi concerti con Blowin In The Wind. Come E’ Profondo Il Mare è cantata da tutti, i due si dividono le strofe. Anna E Marco emoziona sempre, la storia dei due ragazzi di periferia che sognano…. e l’America è lontana, dall’altra parte della luna, che a vederla mette quasi paura…
Richiamati per il bis Lucio regala 4-3-1943.
Prova superata a pieni voti. Appuntamento a maggio al Teatro Arcimboldi.
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novembre 15, 2009 by
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Concerto sold out per Wilco ieri sera alla Sala Verdi del Conservatorio di Milano. Presente il gotha del giornalismo rock nostrano, Luzzatto Fegiz in testa, ad assistere ad un live che attesta e conferma come Wilco siano parte dell’Olimpo del moderno rock americano insieme a R.E.M, Pearl Jam e pochi altri. Quale moderno rock, direte voi? Ma non erano gli alfieri dell’alternative country, riscopritori dei lamenti sociali folkeggiati da Woody Guthrie? Certo, le atmosfere bucoliche sono rimaste, come gli agganci alla tradizione ” on the road ” ben rappresentati nel dvd ” Ashes Of American Flags “. Ma ora Wilco è diventato altro, spiccando il volo verso quello status unico e riconoscibile che solo i grandi possono raggiungere. Vi ricordate gli U2 di ” The Joshua Tree ” o i R.E.M di ” Automatic For The People “? Jeff Tweedy ha trasformato Wilco da bozzolo a farfalla grazie all’innesto di quello straordinario chitarrista che risponde al nome di Nels Cline, che fa volare il sound da acustico a fragorosi stacchi elettrici, con ricami di stampo jazzistico, corde appena sussurrate e distorsioni lancinanti, e ogni finale dilatato in un feedback parossistico degno di Hendrix e Who. Lui, Tweedy, arruffato e scomposto, sembra davvero uscito dalle pagine di Jack Kerouac, novello Gram Parsons senza quel physique-du-roule, e canta l’America delle strade secondarie con un piglio folkie che all’improvviso viene incendiato da chitarre, tastiere e tamburi mitragliati. I classici sfilano tutti, senza respiro, da ” Ashes Of American Flags ” a ” Misunderstood “, da ” Heavy Metal Drummer ” a ” Company In My Back “. Dal nuovo album, quello del cammello in copertina, ” Bull Black Nova ” è già un classico, paranoia di Tweedy che si sente come un killer braccato, metafora di una sensibilità, la sua, inappropriata nelle relazioni interpersonali. ” California Stars “, dalla collaborazione con Billy Bragg, ci riporta ai tempi della Grande Depressione, o sono i tempi dell’oggi? ” Via Chicago ” , con la batteria quasi spazzolata e la steel guitar si conclude con dissonanze cacofoniche. ” Impossible Germany ” poi, è semplicemente sublime, nel suo perfetto equilibrio tra classico e moderno, appunto.
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ottobre 25, 2009 by
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Da ” L’asina vide l’angelo ” a ” Bunny Munro ” sono passati esattamente vent’anni. Un’eternità, se si pensa a quel fiume in piena che è il Nick Cave scrittore di canzoni. Eppure la sua arte tragicomica, che mischia dolore e ilarità, rabbia iconoclasta e dolci sentimenti, aggredisce e ammalia anche dalla parola scritta, come se il rock e le ballate fossero lì in sottofondo con quel canto a volte aspro e disperato, più spesso profondo e commovente. E la liason tra musica e parole si è sublimata nella serata al ” Dal Verme “, dove Cave ha alternato letture di parti del romanzo a brani del suo repertorio, accompagnato dal basso di Martin Casey e dallo straordinario Warren Ellis alla batteria, chitarra, violino e flauto. La Morte Di Bunny Munro è la storia di un commesso viaggiatore cinico e sgradevole, che in seguito ad accadimenti luttuosi si abbandona al suo istinto distruttivo e intraprende con il figlio un viaggio che assomiglia ad una resa dei conti con il passato. Dove trovano posto le tematiche care all’artista, dalla predestinazione al racconto morale, tra gli echi cupi delle Murder Ballads, i toni accorati di Nocturama e i rimandi ai Vangeli Apocrifi di, ad esempio, God Is In The House. Quando siede al piano la perfetta acustica del teatro ovatta le magnifiche Into My Arms, Love Letter, Are You The One That I’ve Been Waiting For e Hold On To Yourself. In piedi con la chitarra, e Warren Ellis furioso alle percussioni,ritrova l’impeto dissacrante con Tupelo, Red Right Hand e Dig Lazarus Dig. Non vedo l’ora di immergermi nelle pagine del romanzo, così come tante volte mi sono ora beato ora inquietato ascoltando la sua grande musica. Qualcuno ha già definito La Morte Di Bunny Munro un incrocio tra Kafka e Cormac McCarthy. Chi ama Cave musicista non può che acconsentire.
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agosto 14, 2009 by
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Willy DeVille, al secolo Billy Borsos, non ce l’ha fatta. Si è spento a 59 anni, nel suo appartamento di Manhattan ascoltando musica e guardando vecchi film. Chissà se con l’ennesima sigaretta tra le labbra. Era l’ultimo dei romantici, artista straordinario dalla vita irrequieta, nato nel lato selvaggio della strada e mai più abbandonato se non per abbeverarsi nelle acque limacciose del Delta del Mississippi. Lo abbiamo scoperto nel settantasette, sguardo affilato da bullo di strada, ciuffo a banana e voce soul su un suono secco e chitarristico, sembrava uscito dalla gang di West Side Story. Invece il suo regno era il Lower East Side, nel quale inscenava storie urbane e spezzacuori cantate come se Doc Pomus muovesse i suoi primi passi al CBGB’S. Willy cantava New York come solo Lou Reed e David Johansen in quegli anni, giungla d’asfalto con chitarre come rasoi, calda e rassicurante con i ritmi latini rubati ai portoricani del LES. Quando nell’87 mi avventurai in Delancey Street fu grazie a lui, cercando nei volti delle ragazze per strada qualche ” Mixed Up Shook Up Girl “, e a New Orleans non potevo non pensare a Willy il newyorchese trasferitosi nel Delta sulle strade delle radici del blues.
Guardatelo in Live at Montreux 94, il picco di una carriera,look da gitano metropolitano con gilet e camicia con jabot, capelli lisci e lunghi, pizzetto ben curato. La band con fiati, chitarre e piano lo asseconda nelle cavalcate di Demasiado Corazon, Hey Joe e Stand By Me, lui accarezza la slide, la voce sempre più arrocchita da troppo alcool. Farewell, Willy. Quando passeggio sulla Bowery so che quello era il tuo regno e che le tue canzoni sono lì, accanto a quelle di Patti e di David, di Willy ( Nile ) e di Garland, di Elliot e di Bruce. Heaven Stood Still. For You.
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luglio 29, 2009 by
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Sono già passati vent’anni dal primo disco di Lenny Kravitz? Quel Let Love Rule che rimane uno degli esordi più folgoranti, seppure non proprio originale, del soul-rock degli ultimi quattro lustri? E lui li celebra con una ristampa deluxe del disco e un tour che si chiama con l’acronimo LLR 20-09. Che nella tappa di Cattolica conferma quello che di buono sapevamo di lui. Buon rocker, discreto cantante con belle canzoni in portafoglio e che ha fatto propria la lezione di…. qualche nome? Sly Stone e Jimi Hendrix, Marvin Gaye e i Beatles, Stevie Wonder e i Rolling Stones. Ma non è un derivativo e gli va dato il merito di avere trovato una propria via ( Are You Gonna Go My Way? ) al classico rock-soul. Mantenendo un filo di ingenuità neo-hippie che gli permette di essere ai limiti dello star-system, ovvero dentro quando compone per Madonna e Vanessa Paradis, fuori quando incide come una volta, suonando da solo tutti gli strumenti. Il set è trascinante, c’e del sano rock e qualche spruzzata di soul, prolungate parti strumentali che sono una vera e propria dichiarazione d’intenti: nè i tre accordi alla Ramones nè il cerebralismo dei Coldplay. Il meglio arriva alla fine quando tutta l’arena si trascina sotto il palco per una versione fiume di Let Love Rule, il suo vero inno oggi come nell’89. E si chiude con l’orgia hendrixiana di Are You Gonna Go My Way. Bravo Lenny, idealista e nostalgico. O l’ultimo dei romantici.
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luglio 23, 2009 by
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Continua lo stato di grazia del Boss e della sua E Street Band. Da springsteeniano della prima ora mi sento infatti di affermare che Bruce e i suoi non suonavano così dai tempi del tour di The River e la serata dell’Olimpico di Torino, che per intensità ha ricordato quella dello scorso anno al Meazza, ha rinnovato la magia della più grande rock’n'roll band della storia. Di nuovo tre ore tirate e commoventi, di lacrime e gioia, di catarsi collettiva, commozione e speranza, quasi fosse ancora vero credere che il rock possa essere al nostro fianco nell’ incedere quotidiano verso qualcosa in cui credere. Bruce urla ” Torino “!!! alla folla, fa cantare il ritornello di Waitin On A Sunny Day a un bimbo e invita a ballare una giovane in Dancing In The Dark. Partenza insolita con Loose End ma poi c’è Badlands e un boato scuote lo stadio, poi Hungry Heart che il Boss è costretto a lasciarla cantare al pubblico. Outlow Pete è già un classico, erano anni che Bruce non componeva un brano così epico, con sullo sfondo il cielo rosso del deserto della Monument Valley. Sorpresa, Johnny 99 da scarno folk blues diventa un boogie rock dove tutti i ragazzi a turno spendono il loro assolo. Bruce si butta sulle prime file e raccoglie tutti i cartelli con le richieste, dai quali eseguirà Travelin Band rifatta proprio alla Creedence, e Drive All Night stupenda ballata pianistica da The River con Roy Bittan a sfiorare i tasti mentre Bruce canta meravigliosamente quel giuramento d’amore. Poi The Promised Land, My Hometown e Backstreets, trittico formidabile che racchiude tutta la mitologia del boss, tra la speranza della terra promessa, la lotta nella giungla urbana delle strade secondarie e la disillusione e il ritorno a casa del grande freddo reaganiano. Lonesome Day e The Rising rappresentano invece il ritorno del rocker dopo i discutibili anni novanta e il post 11 settembre e portano all’esplosione di Born To Run. Poi i bis, senza nemmeno scendere dal palco, con Twist And Shout a chiudere il cerchio. Il sogno del rock, grazie a serate come questa, è salvo. Ci vediamo l’8 ottobre al Giants Stadium.
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luglio 09, 2009 by
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Patti Smith sale sul palco di Piazza Matteotti a Sogliano nel solito look androgino-chic, finto trasandato da maudit intellettuale, lei americana figlia dei turbolenti anni settanta ma folgorata dall’arte italiana e dall’esistenzialismo francese e dedica il primo brano a Michael Jackson. Poetessa laica e visionaria sublime, giacca nera con fiocco rosso di Ann Demelemeusteer e jeans dentro gli stivali marroni, scalda l’appassionata platea del borgo romagnolo col suo cantato sofferto, a volte recitato fino alla trascendenza, col dardeggio della chitarra acustica di Lenny Kaye fido compare dai tempi del Patti Smith Group. E sorprende come un set acustico coinvolga a tal punto, col piglio rock’n'roll quasi ci fossero batteria e basso a dettare il tempo, quando invece è solo LA VOCE, imperfetta ancorchè terribilmente assonante, che ha ispirato generazioni di rocker, Michel Stipe docet. Con Birdland e In My Bleaken Years il suo canto dolente si arrampica sino al cielo stellato romagnolo e in una grande versione di Dancing Barefoot scende in platea a stringere le mani di tutti, quasi a sancire il patto di fuoco stabilito col pubblico italiano negli storici concerti di Firenze e Bologna del 1979. Poi c’è Beacuse The Night, che il Boss le ha regalato e che ormai le appartiene e il bis con Gloria scandito con rabbia proprio come nel 1977 G-L-O-R-I-A…. E ci ricorda il suo eterno slogan Jesus Died For Somebody’s Else Sin But Mine, ovvero bene le convenzioni ma non incatenatemi, lasciate volare la mia arte, lasciatemi cantare la poesia che dal basso può raggiungere le altezze.
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giugno 27, 2009 by
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La mia prima volta di Ry Cooder dal vivo e volete sentirmi dire che è stata una mezza delusione? Non lo farò nemmeno sotto tortura perchè quell’uomo è un mito e i miti non vanno opinati. E non è nemmeno sua la colpa della defezione di Flaco Jimenez e della sua impareggiabile fisarmonica, o della mancanza di fiati e tastiere che avrebbero legato alla perfezione un suono talvolta troppo arcigno e scolastico. Nick Lowe è il perfetto compagno di scena, un vero english gentleman, basso preciso che galoppa sui suoi brani da pub-rock dei sixties. Il figlio Joachim è un buon metronomo alle percussioni e le due coriste apprezzabili. Ma è lui, il sessantaduenne filologo chitarrista californiano, il carismatico più misconosciuto della storia del rock, che vanta “credits” persino su Sticky Fingers degli Stones, archeologo di suoni dai luoghi più improbabili del pianeta, colui che nel 1996 salvò dall’oblio i cubani del Buena Vista Social Club che si sarebbero spenti senza che la loro immensa arte fosse mai arrivata a noi avidi ascoltatori. Quindi gli perdoneremo una vocalità appena sufficiente ( John Hiatt dove sei???) e una scaletta approssimativa e poco esauriente di cotanta carriera, perchè i suoni eterei della bottleneck squarciano Vigilante Man e Jesus On The Mainline esattamente come accompagnavano la camminata di Harry Dean Stanton sulle rotaie del treno in Paris Texas. Certo qui non c’è il futuro del rock, ma il potere evocativo dello stesso, e la perizia tecnica lontana dal virtuosismo sterile di chi ha professato lo stesso verbo da quaranta anni. Contaminandolo con i maestri di ovunque, dal Mali al Mississippi, da Hawaii a Cuba. L’unico artista, ne risultano altri?, le cui colonne sonore vivono separate dalle immagini del film. E i quattro minuti di How Can A Poor Man Can Stand Such Time And Live sono un estasi che basterebbero a giustificare il nostro posto in prima fila, peccato solo per l’assenza ai cori di Bobby King e Terry Evans…. ma non fatemi cadere in tentazione, i miti non si discutono e quell’uomo con la cuffia nera e la camicia a fantasia nera, gialla e rossa è nell’Olimpo in buona compagnia.
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maggio 12, 2009 by
giofashion
Raffigurato sulla copertina dell’ultimo album, folta barba bianca e occhiali a specchio, si potrebbe pensare a lui come a un sopravvisuto degli aurei decenni del rock, ingrigito e nostalgico, pedissequo portavoce di spensierati inni che sono rotolati via nei vicoli dell’oblio. E invece no, intanto perchè ” Time the conqueror ” è un disco di buone canzoni, un paio che rischierebbero di entrare nelle sue venti migliori di sempre, ispirato e al passo coi tempi seppure inevitabilmente venato qua e là di malinconia, rimpianti che affiorano e un passato troppo ingombrante da nascondere in qualche sottoscala della mente.E poi perchè il Jackson Browne che si presenta sul palco del Teatro Manzoni di Bologna è un sessantenne solo sulla carta d’identità, viso glabro, lo stesso ciuffo malandrino e Rayban da ” rebel without a cause “. Concerto splendido ed emozionante va subito detto, inaspettatamente lungo e sapientemente in equilibrio tra brani del nuovo album e classici dei sessanta-settanta con qualche concessione finale alle richieste di una platea in visibilio. Browne è un uomo ed interprete maturo, tira i bilanci dell’esistenza in maniera semplice e non retorica nei brani nuovi ( in Off Of Wonderland parla dell’amore libero dei ‘60 e lo rapporta ai giorni nostri: love is still on the way, once again at your command. In Live Nude Cabaret si riappropria della dicotomia spesso presente nelle sue liriche ovvero l’intima innocenza dell’artista e l’urgenza espressiva di rappresentarsi al mondo intero, for everyman) e commuove quando si siede al piano e canta con quella voce Fountain Of Sorrow, Sky Blue And Black e soprattutto Late For The Sky, con la slide che ricama come faceva David Lindley quei versi che sembrano scritti ieri di un amore perduto e rimpianto.L’alchimia con la band, la stessa del disco, trova la sua sublimazione con Lives On The Balance, guidata da un ritmo sincopato da percussioni e cori black. Going Down To Cuba è un altro momento topico, la più bella di Time The Conqueror, nostalgica di ritmi e bozzetti di vita caraibica con Browne che dice la sua senza mezzi termini sull’assurdità dell’embargo. Quando partono le richeste è un trionfo, The Pretender e Running On Empty sono accolti da un ovazione e al primo bis tutti sotto il palco. Per forza, è Take It Easy e nessuno riesce a stare seduto. Poi, sorpresa, una versione reggae di I Am A Patriot in cui tutti si lanciano in lunghi assoli prima dell’apoteosi finale di Stay. Due ore e un quarto, troppa grazia eterno ragazzo.
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