JACKSON BROWNE BOLOGNA 11/05/09 1
Raffigurato sulla copertina dell’ultimo album, folta barba bianca e occhiali a specchio, si potrebbe pensare a lui come a un sopravvisuto degli aurei decenni del rock, ingrigito e nostalgico, pedissequo portavoce di spensierati inni che sono rotolati via nei vicoli dell’oblio. E invece no, intanto perchè ” Time the conqueror ” è un disco di buone canzoni, un paio che rischierebbero di entrare nelle sue venti migliori di sempre, ispirato e al passo coi tempi seppure inevitabilmente venato qua e là di malinconia, rimpianti che affiorano e un passato troppo ingombrante da nascondere in qualche sottoscala della mente.E poi perchè il Jackson Browne che si presenta sul palco del Teatro Manzoni di Bologna è un sessantenne solo sulla carta d’identità, viso glabro, lo stesso ciuffo malandrino e Rayban da ” rebel without a cause “. Concerto splendido ed emozionante va subito detto, inaspettatamente lungo e sapientemente in equilibrio tra brani del nuovo album e classici dei sessanta-settanta con qualche concessione finale alle richieste di una platea in visibilio. Browne è un uomo ed interprete maturo, tira i bilanci dell’esistenza in maniera semplice e non retorica nei brani nuovi ( in Off Of Wonderland parla dell’amore libero dei ‘60 e lo rapporta ai giorni nostri: love is still on the way, once again at your command. In Live Nude Cabaret si riappropria della dicotomia spesso presente nelle sue liriche ovvero l’intima innocenza dell’artista e l’urgenza espressiva di rappresentarsi al mondo intero, for everyman) e commuove quando si siede al piano e canta con quella voce Fountain Of Sorrow, Sky Blue And Black e soprattutto Late For The Sky, con la slide che ricama come faceva David Lindley quei versi che sembrano scritti ieri di un amore perduto e rimpianto.L’alchimia con la band, la stessa del disco, trova la sua sublimazione con Lives On The Balance, guidata da un ritmo sincopato da percussioni e cori black. Going Down To Cuba è un altro momento topico, la più bella di Time The Conqueror, nostalgica di ritmi e bozzetti di vita caraibica con Browne che dice la sua senza mezzi termini sull’assurdità dell’embargo. Quando partono le richeste è un trionfo, The Pretender e Running On Empty sono accolti da un ovazione e al primo bis tutti sotto il palco. Per forza, è Take It Easy e nessuno riesce a stare seduto. Poi, sorpresa, una versione reggae di I Am A Patriot in cui tutti si lanciano in lunghi assoli prima dell’apoteosi finale di Stay. Due ore e un quarto, troppa grazia eterno ragazzo.