WILCO CONSERVATORIO MILANO 14/11/09
Concerto sold out per Wilco ieri sera alla Sala Verdi del Conservatorio di Milano. Presente il gotha del giornalismo rock nostrano, Luzzatto Fegiz in testa, ad assistere ad un live che attesta e conferma come Wilco siano parte dell’Olimpo del moderno rock americano insieme a R.E.M, Pearl Jam e pochi altri. Quale moderno rock, direte voi? Ma non erano gli alfieri dell’alternative country, riscopritori dei lamenti sociali folkeggiati da Woody Guthrie? Certo, le atmosfere bucoliche sono rimaste, come gli agganci alla tradizione ” on the road ” ben rappresentati nel dvd ” Ashes Of American Flags “. Ma ora Wilco è diventato altro, spiccando il volo verso quello status unico e riconoscibile che solo i grandi possono raggiungere. Vi ricordate gli U2 di ” The Joshua Tree ” o i R.E.M di ” Automatic For The People “? Jeff Tweedy ha trasformato Wilco da bozzolo a farfalla grazie all’innesto di quello straordinario chitarrista che risponde al nome di Nels Cline, che fa volare il sound da acustico a fragorosi stacchi elettrici, con ricami di stampo jazzistico, corde appena sussurrate e distorsioni lancinanti, e ogni finale dilatato in un feedback parossistico degno di Hendrix e Who. Lui, Tweedy, arruffato e scomposto, sembra davvero uscito dalle pagine di Jack Kerouac, novello Gram Parsons senza quel physique-du-roule, e canta l’America delle strade secondarie con un piglio folkie che all’improvviso viene incendiato da chitarre, tastiere e tamburi mitragliati. I classici sfilano tutti, senza respiro, da ” Ashes Of American Flags ” a ” Misunderstood “, da ” Heavy Metal Drummer ” a ” Company In My Back “. Dal nuovo album, quello del cammello in copertina, ” Bull Black Nova ” è già un classico, paranoia di Tweedy che si sente come un killer braccato, metafora di una sensibilità, la sua, inappropriata nelle relazioni interpersonali. ” California Stars “, dalla collaborazione con Billy Bragg, ci riporta ai tempi della Grande Depressione, o sono i tempi dell’oggi? ” Via Chicago ” , con la batteria quasi spazzolata e la steel guitar si conclude con dissonanze cacofoniche. ” Impossible Germany ” poi, è semplicemente sublime, nel suo perfetto equilibrio tra classico e moderno, appunto.